Sui vizi della vocatio in ius nei procedimenti introdotti con ricorso.

Sui vizi della vocatio in ius nei procedimenti introdotti con ricorso.

SOMMARIO: 1. Premessa. – 2. Le S.U. in tema di omessa notifica del ricorso nel rito del lavoro. – 3. L’orientamento seguito dalla giurisprudenza di legittimità negli altri procedimenti introdotti con ricorso. – 4. Conclusioni: è predicabile un regime unitario per i procedimenti introdotti con ricorso.

1. Per alcuni procedimenti la legge dispone che la fase introduttiva del giudizio consiste: i) nel deposito del ricorso nella cancelleria del giudice; ii) nell’assegnazione del ricorso al giudice, il quale con decreto fissa l’udienza di discussione; iii) nella notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza alla controparte, a cura del ricorrente.

Riguardo a questi procedimenti, in questa sede focalizzeremo l’attenzione sul problema del regime dei vizi della notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza nelle ipotesi d’inesistenza (giuridica o di fatto) di detta notifica. A tal proposito, ai fini di un corretto esame della problematica de qua, è indispensabile muovere dagli orientamenti giurisprudenziali seguiti dalla Corte di cassazione nei diversi procedimenti che si istaurano con il deposito del ricorso.

2. Com’è noto, nel rito del lavoro, sia in primo grado sia in appello, è possibile distinguere due momenti nella fase introduttiva del ricorso: la c.d. editio actionis e la c.d. vocatio in ius. La prima si identifica con il deposito del ricorso nella cancelleria del giudice; la seconda attiene alla notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza al convenuto (o appellato) . 

Di conseguenza, se nel rito ordinario le due attività di c.d. vocatio in ius e di c.d. editio actionis sono contenute nell’atto di citazione, nel rito del lavoro l’istaurazione del contraddittorio è invece un’attività successiva al momento del deposito del ricorso, che contiene la sola identificazione della domanda.

La complessità dell’iter procedimentale appena delineato ha determinato da sempre molteplici problemi. In particolare il problema del regime dei vizi della vocatio in ius nel giudizio d’appello è stata oggetto di orientamenti contrastanti nella giurisprudenza di legittimità. 

La diversità di indirizzi giurisprudenziali, anche a livello di Sezioni Unite, si è fondata in sostanza sulla possibilità o meno di ritenere scindibili i due momenti della fase introduttiva del giudizio, con la conseguente verifica dei riflessi delle eventuali anomalie della vocatio in ius sull’editio actionis.

Un primo approdo è stato raggiunto dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione con le sentenze rese rispettivamente il 29 luglio del 1996, n. 6841 e il 25 ottobre del 1996, n. 9331 , in cui le stesse hanno enunciato il seguente principio di diritto: «nelle controversie soggette al rito del lavoro la proposizione dell’appello si perfeziona, ai sensi dell’art. 435 cod. proc. civ., con il deposito del ricorso, nei termini previsti dalla legge, nella cancelleria del giudice ad “quem“; tale deposito impedisce ogni decadenza dall’impugnazione, con la conseguenza che qualsiasi eventuale vizio o inesistenza – giuridica o di fatto – della notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di discussione non si comunica all’impugnazione (ormai perfezionatasi), ma impone al giudice che rilevi il vizio di indicarlo all’appellante ex art. 421 cod. proc. civ. e di assegnare allo stesso, previa fissazione di un’altra udienza di discussione – un termine necessariamente perentorio – per provvedere a notificare il ricorso-decreto».

Le motivazioni poste alla base delle sopra menzionate pronunce si sono articolate: i) nella delineata distinzione tra la fase della proposizione della domanda di riforma della sentenza gravata (editio actionis) e la successiva fase dell’istaurazione del contraddittorio su tale domanda (vocatio in ius), che assume rispetto alla prima una propria autonomia formale e strutturale; ii) nell’affermazione dell’applicabilità al rito del lavoro del disposto dell’art. 159, 1° comma, c.p.c., che impedisce – in ragione dell’autonomia dell’editio actionis rispetto alla vocatio in ius – alle nullità afferenti alle notifiche del ricorso (e sinanche all’inesistenza delle stesse) di influenzare la validità degli atti precedenti relativi alla fase introduttiva della impugnazione; iii) nell’ulteriore affermazione dell’applicabilità alle controversie del lavoro dell’art. 162, 1° comma, c.p.c., in cui è stabilito che il giudice che pronuncia la nullità deve disporre, quando sia possibile, la rinnovazione degli atti  ai quali la nullità si estende; iv) e nell’applicazione dell’art. 421, 1° comma, c.p.c., di norma riproduttiva, nel rito del lavoro, delle regole fissate per il rito ordinario dal citato articolo 162 c.p.c. 

Pertanto, le Sezioni Unite, dopo aver evidenziato l’autonomia della fase dell’editio actionis rispetto a quella della vocatio in ius, con la conseguente applicabilità degli artt. 159, 1° comma, 162 e 421 c.p.c., hanno affermato l’applicabilità dell’art. 291, c.p.c., non solo a tutte le ipotesi di nullità della notifica dell’atto d’impugnazione, ma anche ai casi d’inesistenza (giuridica o di fatto) di detta notifica. 

I principi enunciati dalla Corte di cassazione nelle sentenze nn. 6841/1996 e 9331/1996 non hanno riscosso il favore della dottrina, mentre  sono stati seguiti dalla giurisprudenza di legittimità in maniera costante . 

Inoltre, va evidenziato che i Giudici di legittimità hanno fatto puntuale applicazione dei principi espressi nell’orientamento su richiamato anche in tema di opposizione a decreto ingiuntivo per crediti di lavoro. La Corte ha statuito che «nelle controversie soggette al rito del lavoro, il principio secondo il quale l’appello si perfeziona, ai sensi dell’art. 435, c.p.c., con il deposito del ricorso nei termini previsti dalla legge nella cancelleria del giudice ad quem – il cui deposito impedisce ogni decadenza dall’impugnazione – deve ritenersi applicabile anche al procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo per crediti di lavoro, attesane l’identità di ratio rispetto alle sopraindicate disposizioni di legge, e nonostante detto procedimento debba considerarsi un ordinario giudizio di cognizione anziché d’impugnazione» . 

In seguito, il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite nelle menzionate sentenze del 1996 è stato messo in discussione dalla Sezione Lavoro della Corte di cassazione, che ha nuovamente rimesso la questione alle Sezioni Unite, sollevando il quesito sulla compatibilità o meno del precedente orientamento con il principio Costituzionale della «ragionevole durata del processo». 

Quest’ultime hanno condiviso i dubbi sollevati dalla Sezione Lavoro e ribaltato il precedente orientamento. Con la sentenza del 30 luglio del 2008, n. 20604  le Sezioni Unite hanno infatti espresso il seguente principio di diritto: «nel rito del lavoro l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine previsto dalla legge, è improcedibile ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, non essendo consentito – alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata imposta dal principio della cosiddetta ragionevole durata del processo ex art. 111, 2° comma, Cost. – al giudice di assegnare, ex art. 421 cod. proc. civ., all’appellante un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 cod. proc. civ.». E, poiché nel caso di specie era stata proposta un’opposizione a decreto ingiuntivo mediante deposito tempestivo di ricorso, non seguita da alcuna notifica, le Sezioni Unite hanno affermato che il nuovo criterio «è applicabile anche in tale ambito, per identità di ratio […] e ancorché detto procedimento debba considerarsi un ordinario processo di cognizione anziché un mezzo d’impugnazione» . 

In sostanza, le Sezioni Unite, utilizzando come criterio decisivo il principio della «ragionevole durata del processo», elevato a rango costituzionale a seguito della riformulazione dell’art. 111 Cost. , hanno ribaltato il precedente orientamento e optato per una soluzione che, ad avviso della Corte, era «più consona alle esigenze di un processo civile moderno, che deve svolgersi in tempi ragionevoli» .  

I Giudici di legittimità con la sentenza del 2008 smontano del tutto la motivazione del precedente orientamento e statuiscono innanzitutto che: i) l’art. 291, 1° comma, c.p.c., consente la rinnovazione della notificazione solo in caso di nullità, con esclusione della possibilità di sanatoria in caso di inesistenza giuridica della notificazione (intesa come notifica avvenuta in luogo che risulti privo di qualsiasi «collegamento» con il destinatario) e, a maggior ragione, nell’ipotesi di totale omissione della stessa ; ii) l’art. 421, 1° comma, c.p.c., si riferisce alle ipotesi di nullità e non a quelle di inesistenza – giuridica o di fatto – della notificazione del ricorso-decreto.

Per superare l’obiezione che «la nullità di un atto non comporta quelle degli atti precedenti che ne siano indipendenti» (cosi l’art. 159 c.p.c.), la Cassazione ha posto l’attenzione sul rapporto di inscindibilità che sussisterebbe tra la vocatio in ius e l’editio actionis. E, nella sentenza de qua, la Suprema Corte è stata estremamente chiara nell’affermare che «nel processo del lavoro si è indubbiamente in presenza di un sistema caratterizzato da una propria fase iniziale incentrata sul deposito del ricorso, che è suscettibile di effetti prodromici e preliminari, suscettibili però di stabilizzarsi solo in presenza di una valida vocatio in ius, cui non può pervenirsi attraverso l’applicazione degli artt. 291 e 415 c.p.c., giacché non è pensabile la rinnovazione di un atto mai compiuto o giuridicamente inesistente, non esistendo una disposizione che consenta di fissare un termine per la notifica, mai effettuata, del ricorso e del decreto presidenziale, e non essendo consentito nel silenzio normativo, allungare – con condotte omissive prive di valida giustificazione e talvolta in modo sanabile – i tempi del processo sì da disattendere il principio della sua ragionevole durata».

Rilevanti sono anche le considerazioni che la Corte ha svolto sul meccanismo del temine di dieci giorni previsto per la notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza. In particolare, le Sezioni Unite hanno precisato che «il termine di notificazione, anche se non qualificato come perentorio, una volta scaduto senza che sia richiesta alcuna proroga, comporta il venir meno del potere di compiere l’atto». Secondo la Corte la chiara formulazione degli artt. 153 e 154 c.p.c., insieme ad una interpretazione costituzionalmente orientata anche di tali norme nel rispetto del principio della «ragionevole durata del processo», portano a condividere l’assunto che la differenza tra i termini ordinatori e termini perentori risiede nella prorogabilità o meno degli stessi; mentre i termini perentori non possono essere in alcun caso abbreviati o prorogati, nemmeno sull’accordo delle parti (art. 153 c.p.c.), i termini ordinatori possono essere abbreviati o prorogati, anche d’ufficio, prima della scadenza (art. 154 c.p.c.). Di conseguenza, ad avviso della Corte, «una volta scaduto il termine ordinatorio senza che si sia avuta una proroga prima del termine si avranno conseguenze analoghe a quelle ricollegabili per i termini perentori».

L’orientamento accolto dalle Sezione Unite nel 2008, ancora oggi accreditato nella giurisprudenza di legittimità , non è stato esente da critiche: ad esempio alcuni hanno messo in evidenza che i principi espressi dalle Sezioni Unite hanno fatto sorgere alcune incertezze interpretative . 

La ricostruzione delle Sezioni Unite è stata posta, infatti, per ben due volte, alla base della formulazione di una questione di legittimità costituzionale dell’art. 435, 2° comma, c.p.c. in relazione agli artt. 24 e 111, 2° comma della Costituzione.

La prima questione di legittimità costituzionale è sorta nel corso di un procedimento d’appello in materia di lavoro, in cui l’appellante non aveva provveduto a notificare all’appellato il ricorso e il decreto di fissazione dell’udienza nel termine di cui all’art. 435, 2° comma, c.p.c. La Corte d’appello di Genova, con ordinanza del 3 marzo 2009, sollevava la questione di legittimità costituzionale dell’art. 435, 2° comma, nella parte in cui prevede che «l’appellante nei dieci giorni successivi al deposito del decreto di fissazione dell’udienza di discussione provvede alla notifica del ricorso introduttivo del gravame e del decreto all’appellato».

In particolare, secondo la Corte rimettente l’interpretazione data dalla Cassazione nella sentenza n. 20604/08, alla stregua della quale «gli effetti del tempestivo deposito del ricorso e la tempestività dell’impugnazione non si stabilizzano, in mancanza di valida notifica all’appellato del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di discussione nel termine imposto dalla legge» andava a determinare un irragionevole pregiudizio del diritto di difesa, come diritto ad agire in giudizio, così violando non solo l’art. 24 della Costituzione, ma anche il diritto al giusto processo ex art. 111 della Costituzione. 

La Consulta, con l’ordinanza n. 60 del 2010, ha dichiarato manifestatamente infondata la questione di legittimità costituzionale, puntualizzando che «nella fattispecie esaminata dalle S.U. n. 20604/08 tale improcedibilità era stata affermata non già per la sola violazione dell’art. 435, 2° comma, ma per la inosservanza dell’art. 435, 3° comma, per non essere mai intervenuta la notifica ivi prevista; invece, nella fattispecie in esame, malgrado l’inosservanza del termine di cui all’art. 435, 2° comma, la notifica del ricorso e del decreto era intervenuta nel rispetto del termine di cui al successivo 3° comma, con la conseguente astratta possibilità dello svolgimento dell’udienza di discussione e della realizzazione del diritto di difesa dell’appellato». 

La seconda questione di legittimità costituzionale è sorta nel corso di due procedimenti civili, in sede di impugnazione avverso altrettante sentenze di primo grado aventi ad oggetto il rilascio di un immobile per finita locazione, in cui l’originario conduttore non aveva provveduto a notificare nel termine di cui all’art. 435, 2° comma, c.p.c. il ricorso-decreto all’appellato. L’adita Corte d’appello di Roma, con due ordinanze di identico contenuto (ordinanze del 15 e del 29 febbraio 2012) ha sollevato, in riferimento all’articolo 111, 2° comma, della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 435, 2° comma, c.p.c., nella parte in cui, con riguardo alle controversie disciplinate dal rito del lavoro, stabilisce che «l’appellante nei dieci giorni successivi al deposito del decreto di fissazione dell’udienza di discussione provvede alla notifica del ricorso introduttivo del gravame e del decreto all’appellato».

Ad avviso del giudice rimettente l’interpretazione secondo cui «nel caso di notificazione eseguita tardivamente, in relazione al solo termine (di dieci giorni) per il deposito, resta sanata dal rispetto del termine c.d. a comparire, di cui al successivo 3° comma dello stesso articolo 435» andava a determinare nel rito del lavoro una irragionevole alterazione delle “condizioni di parità” tra le parti, garantite dall’art. 111 della Costituzione, nella cornice del giusto processo.

La Consulta, con l’ordinanza n. 253 del 2012, ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 435, 2° comma, c.p.c., per erroneità del presupposto interpretativo. La Corte costituzionale, infatti, ha affermato che «la suddetta norma lungi dal violare la parità delle parti, è finalizzata, invece, a realizzarla sul piano del reciproco diritto di azione e di difesa. Con il risultato di tutelare, all’un tempo, l’interesse dell’appellante – impedendo che la sola violazione del termine ordinatorio in questione determini l’improcedibilità del gravame – e quello dell’appellato, cui resta comunque garantito un termine a comparire sufficiente ad apprestare le proprie difese».

Ulteriori incertezze interpretative sono state determinate dalla stessa Corte di cassazione la quale, nelle ipotesi di nullità della notifica  o inosservanza del termine per eseguire la notificazione , ha optato per una lettura più permissiva, nonostante queste ipotesi, com’è stato correttamente rilevato in dottrina, siano anche esse riconducibili alla violazione dell’art. 435, 2° comma, c.p.c. . 

3. Con riferimento alla problematica in esame, è ora opportuno riepilogare brevemente gli orientamenti seguiti dalla giurisprudenza di legittimità negli altri procedimenti caratterizzati dal medesimo iter procedimentale (v. sub § 1) . In particolare, anche per i suddetti procedimenti focalizzeremo l’attenzione sulle soluzioni che la Corte di cassazione ha adottato nelle ipotesi di vizio costituito dall’omessa notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza. 

Riguardo alle diverse aree di applicazione del procedimento camerale di cui agli artt. 737 e ss., l’orientamento seguito dai Giudici di legittimità sull’illustrata questione non è stato sempre omogeneo. 

Nella giurisprudenza di legittimità è possibile individuare un orientamento maggioritario, piuttosto moderato, favorevole alla sanabilità di qualunque vizio della notifica, anche nell’ipotesi di omissione della notifica del ricorso-decreto; un altro piuttosto rigoroso, che impone la chiusura in rito del processo nell’ipotesi di violazione del termine assegnato nel decreto di fissazione dell’udienza, sia nel caso di omissione di detta notifica sia nel caso di notifica effettuata oltre il termine all’uopo assegnato. 

 Nei procedimenti camerali impugnatori, per l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario la notifica del ricorso-decreto è qualificata come fase esterna dell’impugnazione, volta solo ad instaurare il contraddittorio. In quest’ottica qualsiasi vizio, anche l’inesistenza giuridica o l’omissione di detta notifica, non si comunica all’impugnazione, ma implica soltanto la necessità di fissare un nuovo termine ex art. 291 c.p.c. ove la controparte non si sia costituita, mentre l’avvenuta costituzione di quest’ultima ha efficacia sanante ex tunc di tale vizio. 

Moderato appare, ad esempio, l’orientamento seguito dalla Corte di cassazione in materia di reclamo avverso il provvedimento di modifica delle condizioni di divorzio. I Giudici di legittimità, con la sentenza dell’8 novembre 2013, n. 25211, hanno cassato il decreto pronunciato dalla Corte d’appello con cui quest’ultima aveva dichiarato improcedibile il reclamo per carenza di notificazione del relativo ricorso con il pedissequo decreto di fissazione dell’udienza. La Cassazione nella sentenza suddetta ha statuito che «in tema di procedimento con rito camerale il termine per la notifica del ricorso e del decreto presidenziale di fissazione dell’udienza ha la mera funzione di instaurare il contraddittorio; la sua inosservanza, senza preventiva presentazione dell’istanza di proroga, non ha alcun effetto preclusivo, implicando soltanto la necessità di fissarne uno nuovo ove la controparte non si sia costituita, mentre l’avvenuta costituzione di quest’ultima ha efficacia sanante ex tunc di tale vizio» . 

In materia di procedimento per l’attribuzione del cognome paterno in via aggiuntiva o sostitutiva a quello materno, rileva la sentenza della Cassazione del 5 giugno 2009, n. 12983.  Nel caso di specie, in sede di reclamo, la reclamante aveva omesso di notificare il ricorso e il decreto di fissazione dell’udienza all’appellato entro il termine all’uopo assegnato. All’udienza la Corte d’appello assumeva il ricorso a decisione, ponendo a carico della reclamante l’onere di provare la regolarità della precedente notifica all’appellato e concedendo, occorrendo, nuovo termine per la notifica del ricorso e del decreto. La parte soccombente proponeva ricorso per cassazione e asseriva la nullità della notificazione, sia perché il termine all’uopo originariamente assegnato dalla Corte d’appello era stato prorogato dopo la scadenza, in violazione dell’articolo 154 c.p.c., sia perché la notifica non era stata effettuata al procuratore costituito nel domicilio eletto. La Cassazione rigettava il ricorso e statuiva che «ai fini dell’osservanza del termine perentorio previsto dall’art. 739 cod. proc. civ. per la proposizione del reclamo, è sufficiente il tempestivo deposito del ricorso, potendo la nullità o l’omissione della notifica dell’atto introduttivo e del decreto di fissazione d’udienza essere sanate, in applicazione dell’art. 162, primo comma, cod. proc. civ., mediante l’ordine di rinnovazione emesso dal giudice».

Nella stessa prospettiva si è posta la giurisprudenza di legittimità in tema di reclamo in materia di permesso di soggiorno per motivi familiari. Nel caso di specie i Giudici di legittimità, con la sentenza del 18 giugno del 2007, n. 14057, hanno rigettato il ricorso avverso il decreto della Corte d’appello con cui quest’ultima aveva rigettato l’eccezione di improcedibilità sollevata dall’appellato. In particolare, quest’ultimo aveva eccepito l’improcedibilità del reclamo per omessa notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza. La notifica, infatti, era intervenuta soltanto successivamente alla concessione di un nuovo termine concesso precedentemente all’udienza di prima comparizione. La Cassazione con la sentenza suddetta ha evidenziato che «il potere di fissazione di un nuovo termine in caso di mancata costituzione dell’appellato deve necessariamente intendersi come comportante la possibilità per il giudice di disporre, su richiesta della parte, l’assegnazione di un nuovo termine per la notifica dell’impugnazione anche dopo che sia scaduto il termine originariamente assegnato. É infatti evidente – ha precisato la Corte – che se il giudice può disporre un nuovo termine per la notifica alla prima udienza ai sensi dell’articolo 291 c.p.c. in caso di assenza della controparte, quando quindi il termine per la prima notifica era comunque già scaduto, a maggior ragione può provvedere ad assegnare un nuovo termine per la notifica prima ancora che si tenga l’udienza di prima comparizione».

 In altre pronunce, invece, la Cassazione ha seguito un orientamento piuttosto rigoroso e restrittivo. La giurisprudenza di legittimità in alcune sentenze ha affermato che il principio enunciato dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 20604/08, in materia di lavoro, «secondo cui l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine previsto dalla legge, si rende improcedibile ove la notificazione del ricorso, col pedissequo decreto di fissazione dell’udienza, non sia avvenuta entro il termine all’uopo assegnato», è dotato di forza espansiva nei confronti delle diverse controversie trattate con il rito camerale, caratterizzato in via generale dalla “vocatio in ius” tramite deposito del ricorso e sua successiva notifica unitamente al decreto di fissazione di udienza. Pertanto, secondo tale indirizzo giurisprudenziale, una volta decorso il termine fissato per la notifica del ricorso-decreto, senza previa istanza di proroga, anche il termine ordinatorio ex art. 154 c.p.c. produce la decadenza, così come il termine ab origine perentorio (Cass. 17 maggio 2010, n. 11992) .

Tra le sentenze espressioni dell’orientamento più restrittivo si segnala, ad esempio, la pronuncia della Cassazione dell’11 luglio 2013, n. 17202, in tema di appello in materia di dichiarazione dello stato di adottabilità di un minore. Nel caso di specie la Corte di cassazione ha rigettato il ricorso avverso la sentenza della Corte d’appello che aveva dichiarato l’improcedibilità dell’appello per omessa notifica del ricorso entro il termine fissato dal giudice con il decreto di fissazione dell’udienza. In particolare, la Cassazione ha statuito che «nei procedimenti d’impugnazione che si svolgono con rito camerale, l’omessa notificazione del ricorso nel termine assegnato nel decreto di fissazione d’udienza determina l’improcedibilità dell’appello, in quanto, pur trattandosi di un termine ordinatorio ex art. 154 cod. proc. civ., si determina la decadenza dell’attività processuale cui è finalizzato, in mancanza d’istanza di proroga prima della scadenza: non essendo consentito al giudice di concedere all’appellante, previa fissazione di un’altra udienza di discussione, un nuovo termine per provvedervi, ai sensi dell’articolo 291 cod. proc. civ.». 

Analoga soluzione è stata fornita nel procedimento camerale di appello avverso la sentenza che dispone la separazione personale dei coniugi. Nel caso di specie la Cassazione, con la sentenza del 15 dicembre 2011, n. 27086, rigettava il ricorso proposto dal ricorrente avverso la pronuncia della Corte d’appello che aveva dichiarato improcedibile l’appello, poiché non era stato notificato il ricorso e il decreto di fissazione dell’udienza dall’appellante, nonostante quest’ultimo avesse asserito la mancata comunicazione del decreto da parte della cancelleria.  La Cassazione, nella sentenza suddetta, ha affermato che «nei procedimenti che si svolgono con il rito camerale, l’omessa notificazione del ricorso nel termine assegnato nel decreto di fissazione d’udienza determina l’improcedibilità dell’appello, in quanto, pur trattandosi di un termine ordinatorio ex art. 154 cod. proc. civ., si determina la decadenza dell’attività processuale cui è finalizzato, in mancanza d’istanza di proroga prima della scadenza. Tale sanzione non è esclusa dalla mancata comunicazione a cura della cancelleria del decreto di fissazione d’udienza, atteso che nei procedimenti camerali il giudice è tenuto solo al deposito del decreto, ma non anche a disporne la relativa comunicazione, incombendo sul ricorrente l’obbligo di attivarsi per prendere cognizione dell’esito del proprio ricorso». 

A dirimere i contrasti è stata la sentenza delle Sezioni Unite del 12 marzo 2014, n. 5700 , in cui quest’ultime, anche se hanno statuito in materia di equa riparazione per durata irragionevole del processo , hanno dettato un principio di diritto valevole per tutti i procedimenti camerali di cui agli artt. 737 ss. 

Nel caso di specie il ricorso poneva alla Cassazione la questione relativa alla possibilità di concedere un nuovo termine per la notifica del ricorso volto al riconoscimento dell’equo indennizzo, di cui alla Legge n. 89 del 2001, nel caso in cui il ricorrente non vi avesse provveduto nel termine originariamente assegnatogli con il decreto, pure da notificare nel medesimo termine alla controparte. 

Innanzitutto, le Sezioni Unite, per la risoluzione della illustrata questione, hanno richiamato l’art. 6 CEDU. In particolare, quest’ultime hanno messo in evidenza che «anche se nella giurisprudenza di legittimità il principio della ragionevole durata del processo è divenuto punto costante di riferimento nell’ermeneutica delle norme, in particolare di quelle processuali, il principio del giusto processo, di cui al richiamato art. 6 CEDU, non si esplicita nella sola durata irragionevole del stesso, ma occorre prestare, altresì, la massima attenzione ad evitare di sanzionare comportamenti processuali ritenuti improntati al valore costituzionale della ragionevole durata del processo, a scapito di altri valori in cui pure si sostanzia il giusto processo». In proposito, le Sezioni Unite hanno evidenziato come la Corte Europea di Strasburgo ammette limitazioni all’accesso ad un giudice solo in quanto espressamente previste dalla legge ed in presenza di un rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito.

Le ulteriori argomentazioni utilizzate dalla Corte, per la risoluzione della questione in esame , possono così essere riassunte: i) insussistenza nella legge n. 89 del 2001 di una previsione legale tipica che sanzioni con il divieto di accesso alla giurisdizione l’omessa notifica del ricorso introduttivo e del decreto di fissazione della udienza; ii) l’art. 4 della suddetta legge prevede la decadenza dalla domanda soltanto nell’ipotesi di deposito del ricorso oltre il termine di sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza che ha concluso il procedimento la cui irragionevole durata si denuncia; iii) insussistenza nel procedimento de quo di un interesse alla celerità del procedimento; iv) il procedimento di equa riparazione per irragionevole durata, a differenza di quelli d’impugnazione o di opposizione a decreto ingiuntivo, non presuppone dall’altro lato la legittima aspettativa della controparte al consolidamento, entro un confine temporale rigorosamente predefinito e ragionevolmente breve, di un provvedimento giudiziario già emesso; v) sussistenza nel procedimento camerale per equa riparazione rispetto al processo d’appello nel rito del lavoro e alla opposizione a decreto ingiuntivo, procedimenti questi di natura impugnatoria a struttura bifasica, di una netta distinzione tra la fase della proposizione della domanda (editio actionis) e la fase volta all’instaurazione del contraddittorio su tale domanda (vocatio in ius).

Alla luce delle considerazioni su richiamate, le Sezioni Unite, discostandosi da quanto statuito nella sentenza n. 20604/2008, hanno enunciato il seguente principio di diritto: «in tema di equa riparazione per violazione della durata ragionevole del processo, il termine per la notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza alla controparte non è perentorio e, pertanto, è ammessa la concessione di un nuovo termine, perentorio, al ricorrente nella ipotesi di omessa o inesistente notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza».

In sostanza, nei procedimenti in questione, nelle ipotesi di omessa o inesistenza giuridica della notificazione del ricorso-decreto, in applicazione analogica del regime di sanatoria delle nullità (artt. 164, 291 c.p.c.), la comparizione della parte avrà un effetto sanante ex tunc del vizio, mentre in difetto di spontanea costituzione del resistente all’udienza fissata nel decreto e di comparizione del solo ricorrente, il giudice potrà procedere alla fissazione di un nuovo termine per la notifica. 

Ciò detto, va rimarcato che il principio di diritto enunciato nella sentenza n. 5700/14 è stato ripreso ed applicato anche nei procedimenti impugnatori soggetti alla disciplina del rito camerale.  

Così, ad esempio, nel caso deciso da Cass. 22 maggio 2014, n. 11418 in tema di appello avverso la sentenza dichiarativa di paternità naturale. Qui, a richiesta del difensore dell’appellante, successivamente alla data fissata per procedere alla notifica del ricorso-decreto, veniva concesso nuovo termine per la notifica, entro il quale le notificazioni venivano eseguite. La Corte di merito dichiarava l’improcedibilità dell’appello sull’erroneo presupposto che la notifica effettuata oltre il termine fissato nel decreto determinava la decadenza dell’attività processuale cui era correlato, ove non fosse intervenuta proroga prima della scadenza, in assenza di valide ragioni per la rimessione in termini. Il soccombente proponeva ricorso per cassazione e quest’ultima accoglieva il ricorso affermando che «in tema di procedimento d’impugnazione con rito camerale, il termine per la notifica del ricorso e del decreto presidenziale di fissazione dell’udienza ha la mera funzione di instaurare il contraddittorio e la notifica oltre il termine, senza preventiva presentazione dell’istanza di proroga, non può rivestire alcun effetto preclusivo. L’inutile decorso, pertanto, del termine fissato per la notifica implica soltanto, nell’ipotesi di mancata costituzione dell’appellato, la necessità di fissare un nuovo termine, mentre, nell’ipotesi di costituzione dell’appellato, non impedisce la regolare instaurazione del contraddittorio, data l’efficacia sanante “ex tunc” di tale costituzione». Nella vicenda in esame – precisava la Corte – «il nuovo termine per la notifica era stato fissato in un arco temporale comunque anteriore alla già disposta data dell’udienza, ragion per cui non risultano neppure pregiudicate quelle esigenze di celerità che, del resto, non possono prevalere in ogni caso, a scapito di altri aspetti fondamentali del principio del giusto processo, come il diritto di difesa, al contraddittorio e, in generale, a un agevole accesso alla tutela giurisdizionale» .

Anche nella sentenza del 7 ottobre 2014, n. 21111 la Cassazione ha seguito il suddetto orientamento. Nel caso di specie era stato proposto appello avverso la sentenza del Tribunale con cui erano stati dichiarati cessati gli effetti civili del matrimonio. Il difensore dell’appellante, all’udienza fissata per la comparizione delle parti, chiese la concessione di un nuovo termine per procedere alla notifica del ricorso, dichiarando di non avervi potuto provvedere per ragioni di salute. La Corte d’appello dichiarava improcedibile l’impugnazione per mancata notificazione del ricorso entro il termine all’uopo fissato, escludendo la possibilità di disporre la proroga avuto riguardo all’intervenuta scadenza, osservando che l’inesistenza della notifica impediva di disporre la rinnovazione ai sensi dell’art. 291 c.p.c., applicabile soltanto in caso di nullità. Il soccombente proponeva ricorso per cassazione e quest’ultima cassava la sentenza con rinvio alla Corte d’appello, affermando che «nel procedimento di appello avverso la sentenza di divorzio, disciplinato dal rito camerale, il termine per la notifica del ricorso e del decreto presidenziale di fissazione dell’udienza di comparizione non ha carattere perentorio, sicchè la sua inosservanza non comporta la dichiarazione d’inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione, ma impone soltanto, ove l’appellato non si sia costituito, l’assegnazione di un nuovo termine, perentorio, mentre la sua avvenuta costituzione ha efficacia sanante del vizio di omessa o inesistente notifica, in applicazione analogica del regime previsto dagli artt. 164 e 291 cod. proc. civ.» .

Ponendo l’attenzione sugli altri modelli procedimentali, in cui la fase introduttiva è contraddistinta dal medesimo iter procedimentale (v. sub. § 1), l’orientamento prevalentemente seguito dalla giurisprudenza di legittimità sembra piuttosto permissivo.

Ad esempio, in tema di opposizione al provvedimento di liquidazione del compenso al difensore, regolata dalla disciplina anteriore all’entrata in vigore dell’art. 15 d.lgs 150/11, la Cassazione ha affermato che «in tema di opposizione al provvedimento di liquidazione del compenso al difensore di ufficio di imputato insolvente, la mancata tempestiva notifica del ricorso ai controinteressati non ne comporta la improcedibilità, in quanto la legge non prevede alcuna sanzione per tale inattività. Ne consegue che il giudice deve disporre l’integrazione del contraddittorio, tramite la rituale notifica del ricorso a cura del ricorrente, e, quindi, una volta che con il tempestivo deposito dell’atto introduttivo, si sia realizzata la “edictio actionis“, necessaria al rituale e valido radicarsi della seconda fase processuale, procedere al giudizio» (Cass. 19 dicembre 2013, n. 28420) .

Nella stessa prospettiva si è posta la giurisprudenza di legittimità in tema di opposizione allo stato passivo fallimentare, in cui com’è noto, l’art. 99, 4° comma – modificato dal Decreto Legislativo del 12 settembre 2007, n. 169, articolo 6, comma 4 – prevede che «Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, deve essere notificato, a cura del ricorrente, al curatore ed all’eventuale controinteressato entro dieci giorni dalla comunicazione del decreto».

Ebbene, già in riferimento al testo originario (art. 98 l.f.) le Sezioni Unite con la sentenza del 4 dicembre 2009, n. 25494, hanno affermato che «il termine previsto per la notifica al curatore del ricorso e conseguente decreto di fissazione dell’udienza da parte del giudice delegato, di cui all’articolo 98, 2° comma, della legge fallimentare – dopo le parziali declaratorie di incostituzionalità pronunciate dalle sentenze 102 e 120 del 1986 della Corte costituzionale, con cui fu dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 98 della legge fall., nella parte in cui faceva decorrere il termine per l’opposizione dal deposito dello stato passivo in cancelleria e non prevedeva la comunicazione al curatore del decreto di fissazione dell’udienza di comparizione – ha natura ordinatoria, anche perché rivolto a consentire la costituzione del curatore; con la conseguenza che la sua inosservanza resta sanata ove alla nuova udienza fissata dal giudice delegato il curatore sia comparso e vi abbia svolto l’attività cui la notifica del ricorso e del decreto era strumentale» .

Nella sentenza ora richiamata il punto di partenza della disamina è stata la disposizione dell’articolo 152, 3° comma, c.p.c. dalla quale la Corte di cassazione ha tratto la regola della presunzione di ordinarietà del termine in assenza di un’esplicita previsione di legge. 

In particolare, le Sezioni Unite hanno precisato che la suddetta disciplina si manifesta con particolare evidenza proprio nella materia fallimentare ove il legislatore ha espressamente qualificato come perentori i termini previsti in alcune fattispecie. Ciò si evince dal fatto che nell’ipotesi di opposizione allo stato passivo, di cui al menzionato articolo 98 l. fall., 2° comma, non è stata specificata la natura del termine per la notificazione al curatore del ricorso e del decreto. Il legislatore ha, invece, qualificato espressamente come perentorio il termine concesso dal giudice delegato al creditore ricorrente per la notifica del ricorso e del decreto nelle altre fattispecie di: i) impugnazione dei crediti ammessi (articolo 100); ii) domanda di ammissione tardiva al passivo da parte dei creditori (articolo 101); iii) istanza di revocazione contro crediti ammessi (articolo 102). 

I Giudici di legittimità hanno rilevato che a differenza del processo del lavoro (così come negli altri a struttura bifasica, come l’opposizione a decreto ingiuntivo), in cui si è in presenza di un sistema caratterizzato da una propria fase iniziale, incentrata sul deposito del ricorso, produttiva di soli effetti prodromici e preliminari, suscettibili, però, di stabilizzarsi solo in presenza di una valida vocatio in ius, nell’opposizione allo stato passivo del fallimento la notificazione del ricorso non può inquadrarsi in una fattispecie complessa, comprensiva dell’iter non scindibile deposito-notifica, essendo quest’ultima esclusivamente funzionale all’instaurazione del contraddittorio . 

I principi sopra richiamati sono stati ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità anche con riferimento all’art. 99, 3° comma della legge fallimentare, nel testo modificato dall’art. 84 del d.lgs 5/2006. In tale ambito la Cassazione ha statuito che: «Nei giudizi di impugnazione dello stato passivo, l’omessa notifica del ricorso e del decreto di fissazione di udienza entro il termine assegnato dal giudice (che la legge non qualifica come perentorio) non comporta l’inammissibilità dell’impugnazione. A differenza che nel giudizio a cognizione ordinaria, nel procedimento regolato dall’art. 99 L.F., la tempestività dell’impugnazione va verificata con riguardo al deposito del ricorso, con il quale il ricorrente introduce il processo dinanzi al giudice, mentre la notifica dell’atto ha la mera funzione di consentire l’instaurazione del contraddittorio. La mancata osservanza del termine per la notifica del ricorso e del decreto di fissazione d’udienza non determina alcun effetto preclusivo ma comporta la necessità di assegnare un nuovo termine al medesimo scopo sempre che il curatore non si sia costituito, in tal modo sanando – con effetto ex tunc – il vizio della notificazione» (Cass. 11 febbraio 2015, n. 2666) . 

Analoga soluzione è stata presa in tema di riassunzione del processo interrotto . L’orientamento seguito dalla giurisprudenza di legittimità, salvo alcune pronunce contrarie , sembra essere stato piuttosto omogeneo nel senso della sanabilità di qualunque vizio della notifica, anche nell’ipotesi di vizio costituito dall’omissione di detta notifica. 

Tra le sentenze più recenti rileva la pronuncia della Cassazione del 15 aprile 2015, n. 7661, in cui la Corte ha affermato che «in sede di riassunzione del processo a seguito di interruzione, il termine perentorio di tre mesi [già sei mesi], previsto dall’art. 305 c.p.c., è riferibile solo al deposito del ricorso nella cancelleria del giudice, e il giudice che rilevi l’omessa notifica, o un vizio comportante inesistenza della notifica, dell’atto di riassunzione e del decreto di fissazione dell’udienza (oltre che un vizio da cui sia colpita la notifica dell’atto di riassunzione e del decreto di fissazione dell’udienza), deve ordinarne l’effettuazione (o la rinnovazione), in applicazione analogica dell’art. 291 c.p.c., entro un termine necessariamente perentorio, solo il mancato rispetto del quale determinerà l’estinzione del giudizio, per il combinato disposto dello stesso art. 291, c.p.c., e del successivo art. 307, comma 3».

Ad avviso della Corte anche nel procedimento suddetto occorre distinguere dal punto di vista strutturale e funzionale la fase dell’ editio actionis da quella della vocatio in ius. Pertanto, una volta eseguito tempestivamente il deposito del ricorso nel termine di sei mesi stabilito dall’art. 305 c.p.c., le eventuali invalidità poste in funzione dell’istaurazione del contraddittorio non incidono sulla riassunzione ormai perfezionatasi . 

In conclusione, in tema di riassunzione del processo interrotto, ha assunto prevalenza la scelta interpretativa della natura ordinatoria del termine per la notifica del ricorso-decreto, cosicché, nell’ipotesi di nullità della notifica, di notifica effettuata oltre il termine assegnato nel decreto di fissazione dell’udienza, o di inesistenza (giuridica o di fatto) della notificazione del ricorso-decreto, in caso di mancata costituzione della parte, a cui l’atto deve essere notificato, il giudice deve applicare l’art. 291 c.p.c., ovvero concedere un termine perentorio, il cui mancato rispetto determinerà, poi, l’eventuale estinzione del giudizio, per il combinato disposto dello stesso art. 291, ult. comma, e del successivo art. 307, 3° comma, c.p.c. 

4. A questo punto del lavoro è possibile svolgere qualche considerazione finale sulla questione esaminata, ponendo l’attenzione esclusivamente sul vizio di omessa notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza. In particolare, occorre verificare se, alla luce dei recenti approdi giurisprudenziali, è ancora giustificabile la giurisprudenza rigorosa e restrittiva seguita nel rito del lavoro. 

A tal proposito, è opportuno porre l’attenzione sulle argomentazioni utilizzate dalla Suprema Corte a sostegno dell’orientamento moderato seguito nei procedimenti che hanno inizio con ricorso diversi dal rito del lavoro.

Le argomentazioni fornite dalla Cassazione nei suddetti procedimenti, che rimarcano la differenza con il rito del lavoro, possono essere sintetizzate in tre punti: i) mancanza nei procedimenti che iniziano con ricorso diversi dal rito del lavoro di una previsione che qualifichi espressamente come perentorio il termine per la notifica del ricorso e del decreto; ii) mancanza nei procedimenti suddetti di un onere di comunicazione o notificazione in capo alla cancelleria del deposito del decreto di fissazione dell’udienza ; iii) distinzione nei procedimenti su richiamati tra la fase di deposito del ricorso e la notificazione del ricorso–decreto (destinata quest’ultima ad avere la sola funzione di istaurare il contraddittorio), con la conseguente applicabilità delle cause di sanatoria previste in tema di nullità. 

Ebbene, come si cercherà di dimostrare le argomentazioni su richiamate non appaiono convincenti a giustificare un diverso regime per il rito del lavoro.

Anzitutto va osservato che, per quanto riguarda il giudizio di primo grado, alla luce della più recente giurisprudenza di legittimità, sembrerebbe superato l’orientamento restrittivo consolidatosi successivamente alla pronuncia delle S.U. n. 20604/2008.

A tal proposito, si segnala la recente sentenza della Cassazione del 27 gennaio 2015, n. 1483, in cui quest’ultima ha optato per un orientamento favorevole alla sanabilità del vizio di omessa notifica, richiamando le argomentazioni utilizzate a sostegno della soluzione accolta nei procedimenti che hanno inizio con ricorso diversi dal rito del lavoro. Nella sentenza n. 1483/2015 i Giudici di legittimità hanno affermato il seguente principio di diritto: «nel rito del lavoro, nel caso di omessa notifica o inesistente notifica del ricorso introduttivo del giudizio e del decreto di fissazione dell’udienza, è ammessa la concessione di un nuovo termine, perentorio, per la rinnovazione della notificazione di tali atti, tenuto conto delle considerazioni che seguono: i) la fase introduttiva del processo del lavoro di primo grado, al pari di quella del procedimento per il conseguimento dell’equo indennizzo da durata irragionevole del processo, non contiene una previsione legale tipica che sanzioni con il divieto di accesso alla giurisdizione l’omessa notifica del ricorso introduttivo e del decreto di fissazione dell’udienza. Inoltre – precisa la Corte – nel giudizio di primo grado, a differenza dell’appello, non vi è l’esigenza di tutelare legittime aspettative della controparte al consolidamento, entro tempi certi e brevi, di un provvedimento giurisdizionale già emesso; ii) non è previsto un onere a carico della cancelleria di comunicazione del decreto di fissazione dell’udienza; iii) nel processo del lavoro di primo grado la notifica del ricorso assolve unicamente la funzione di consentire l’istaurazione del contraddittorio e si configura come una fase caratterizzata da autonomia formale e strutturale rispetto a quella precedente, di proposizione della domanda, che si esaurisce nel deposito del ricorso».

Diversamente, nel giudizio d’appello, in seguito alla sentenza delle S.U. n. 20604/2008, non si ravvisa alcuna pronuncia favorevole alla sanabilità del vizio di omessa notifica del ricorso-decreto. Va rilevato, però, che nonostante la Cassazione nella sentenza n. 1483/2015 abbia ribadito che l’orientamento favorevole alla sanabilità del vizio di omessa notifica del ricorso-decreto non dovrebbe  trovare applicazione nel giudizio d’appello nel rito del lavoro, si cercherà di verificare, sulla base di alcune considerazioni che si possono ritrarre dalla giurisprudenza fino ad ora esaminata, se anche nel giudizio d’appello lavoristico è possibile applicare la soluzione accolta negli altri procedimenti che hanno inizio con ricorso diversi dal rito del lavoro. 

Innanzitutto, si può osservare che le argomentazioni utilizzate dalla Corte a sostegno della soluzione adottata nei procedimenti diversi dal rito del lavoro, non sembrano in grado di giustificare la diversa soluzione adottata in quest’ultimi procedimenti rispetto a quella accolta nel giudizio d’appello nel rito del lavoro. 

Con riferimento alla prima argomentazione retro riportata sub i), va notato che anche nel giudizio d’appello il legislatore non ha qualificato come perentorio il termine entro cui deve essere notificato il ricorso-decreto. Sicché, com’è stato rilevato in dottrina, «si dovrebbe prescindere dalla distinzione circa la gravità dell’inosservanza del termine in relazione al rito e soffermare l’attenzione sulla distinzione, ex positivo iure, tra i casi in cui la legge impone il rispetto del termine qualificato espressamente come perentorio e termine al quale la legge non ha attribuito tale qualità» .

Inoltre, come si evince chiaramente dall’art. 152 c.p.c., i termini imposti a pena di decadenza, c.d. perentori, sono solamente quelli contemplati dalla legge. Al contrario, la Cassazione non fa altro che trasformare nel giudizio d’appello, alla luce del principio della «ragionevole durata del processo», i termini ordinatori di cui all’art. 435, 2° comma c.p.c. in perentori, tutto ciò in violazione non solo dell’art. 3 della Costituzione, posto a tutela della certezza del diritto, ma anche dell’art. 24 della Costituzione. Trasformare i termini ordinatori in perentori significa infatti trasformare il processo «in una sequela di trappole, mettendo il processo sempre a rischio di estinzione o di improcedibilità, in grave violazione del diritto di difesa delle parti che istaurano i processi alla ricerca della giustizia» .

Quanto alla ulteriore argomentazione contenuta nel richiamato principio di diritto, secondo cui nell’appello non sussisterebbe l’esigenza di tutelare legittime aspettative della controparte al consolidamento, entro tempi certi e brevi, di un provvedimento giurisdizionale già emesso, va rilevato che i principi enunciati dalla Cassazione nella sentenza n. 5700/14, in tema di equa riparazione per ragionevole durata del processo, sono stati applicati in maniera costante anche ai procedimenti impugnatori soggetti al procedimento camerale (v. infra, sub. § 3). 

Con riferimento alla argomentazione sopra indicata sub ii) concernente l’onere posto a carico della cancelleria di comunicare il decreto di fissazione dell’udienza, va anzitutto rimarcato, come già rilevato in dottrina, che esso non può ritenersi persuasivo, poiché «non lo si può di certo identificare come un elemento capace di giustificare una differenziazione tra i procedimenti diversi dal rito del lavoro e il giudizio d’appello nel rito del lavoro» .  

Quanto all’ultima argomentazione poc’anzi richiamata sub iii), sembrano, anzitutto, oscure le ragioni per cui nei procedimenti diversi dal rito del lavoro sussisterebbe un’autonomia strutturale e funzionale tra la fase della c.d. editio actionis e quella della c.d. vocatio in ius, mentre nel giudizio d’appello nel rito del lavoro la stabilizzazione degli effetti del deposito del ricorso, e quindi dell’editio actionis, si avrebbe soltanto con la tempestiva notifica del ricorso–decreto  .

Tra l’altro, anche qualora si volesse sostenere che nel giudizio d’appello nel rito del lavoro sussiste un rapporto di inscindibilità tra la fase della editio actionis e quella della vocatio in ius, si potrebbe  arrivare comunque, anche nel giudizio d’appello nel rito del lavoro, alla medesima soluzione accolta dalla Cassazione nei procedimenti diversi dal rito del lavoro. 

A tal proposito è opportuno, anzitutto, tener presente che nei casi come quello preso in esame, in cui la legge processuale non disciplina tutti gli aspetti del regime di un determinato vizio, è opportuno rifarsi allo schema generale, identificato in dottrina, che classifica le nullità in gruppi omogenei per struttura e funzione. Si tratta della distinzione che si fonda sulla contrapposizione tra nullità per mancanza o incertezza  del potere esercitato, da un lato; e nullità per illegittimo  esercizio di quel potere, dall’altro . 

Ebbene, ponendo l’attenzione sul profilo funzionale, ossia sul piano dell’individuazione delle conseguenze sull’atto inficiato dal vizio di nullità, nelle ipotesi in cui la causa della nullità attiene alla mancanza dei requisiti di esistenza o di individuabilità del potere esercitato –, l’atto processuale nullo – se non intervengono cause di sanatoria, in questo caso operanti ex nunc – fa sorgere il dovere del giudice di chiudere il processo con una sentenza di rito, per mancanza delle condizioni di decidibilità nel merito . 

Diversamente nelle ipotesi di nullità attinenti all’illegittimo esercizio del potere esercitato – potere che esiste ed è individuabile – va rilevato che questo potere produce provvisoriamente i suoi effetti fino al momento in cui può operare una causa di sanatoria. Se la causa di sanatoria non opera e, pertanto, il vizio non è sanato, anche qui la fattispecie dell’atto nullo porta alla chiusura in rito del procedimento. Quando, invece, interviene ed opera una causa di sanatoria, a seguito o meno della pronuncia del giudice che dichiara la nullità, si stabilizzano gli effetti dell’atto correlati all’esercizio del potere – qui con portata retroattiva, vale a dire ex tunc – e viene meno l’impedimento indiretto alla pronuncia sul merito. Al di fuori della sanatoria per raggiungimento dello scopo, se il vizio è rilevato, il giudice dispone la misura idonea a reintegrare la parte nel potere impedito o limitato, emendando il procedimento del relativo vizio, anche attraverso, ove occorra, la dichiarazione di nullità, e quindi d’inefficacia dell’attività processuale viziata, facendo uso degli strumenti previsti dal legislatore (ad esempio negli artt. 162 c.p.c., 164, 2° e 3° comma, 291, 1° comma).

Pertanto, «nell’ipotesi di nullità attinenti all’illegittimo esercizio del potere, la dichiarazione di nullità è dunque limitata alla specifica violazione della norma processuale, nonché alla specifica condotta non rispettata che vizia il procedimento, ed è in funzione della rettificazione/regolarizzazione del procedimento» . 

Ebbene, dalle considerazioni fino a qui svolte emerge che i principi generali a cui attenersi e da applicarsi nei casi in cui la legge non disciplina espressamente il regime di un determinato vizio sono i seguenti : in presenza di un errore della parte nel compimento dell’atto, di un vizio che riguarda l’illegittimo esercizio di un potere esistente ed individuabile, si deve adottare sempre uno schema di sanatoria del vizio stesso, che, se utilizzato dalla parte interessata, consente di sanare il procedimento e conservare gli effetti del potere esercitato ex tunc. Laddove, invece, il vizio riguardi l’esistenza stessa o l’individuabilità del potere esercitato, lo schema di sanatoria applicabile opera sanando il procedimento, ma gli effetti del potere si producono con effetto ex nunc. 

In quest’ottica, anche nell’ipotesi in cui volessimo accogliere la soluzione prospettata dalla Corte con riferimento al giudizio d’appello nel rito del lavoro, ovvero considerare l’inscindibilità tra la fase della vocatio in ius e quella dell’editio actionis, i principi su richiamati individuano il corretto meccanismo procedimentale da far valere nel caso che qui ci occupa. L’invalidità, per qualsiasi causa, della fase notificatoria dell’atto di appello, riguardando esclusivamente l’ipotesi di illegittimo esercizio del potere d’azione, si sana per raggiungimento dello scopo in caso di costituzione dell’appellato; diversamente, in caso di mancata costituzione dell’appellato,  il giudice deve disporre la rinnovazione dell’attività nulla quando l’esercizio del potere si è realizzato attraverso il deposito del ricorso.

Ebbene, anche nell’ipotesi di omissione materiale della notifica del ricorso-decreto, vista come elemento composito di una fattispecie complessa che inizia con il deposito del ricorso stesso, è possibile applicare per analogia il regime di sanatoria delle nullità . 

Infatti, occorre considerare che l’ipotesi della mancanza di qualsiasi attività, o la totale omissione di qualsiasi atto, sia dal punto di vista strutturale che da quello funzionale, non è qualcosa di diverso da ciò che la legge qualifica in termini di nullità: invero la nullità deriva sempre dall’omissione di una o più condotte che la disciplina del procedimento considera necessarie per la produzione degli effetti tipici del potere esercitato .

L’art. 156, 2° comma, c.p.c., prevedendo che «la nullità può tuttavia essere pronunciata quando l’atto manca dei requisiti indispensabili per raggiungere lo scopo», contempla implicitamente, ma inequivocabilmente, anche l’ipotesi dell’atto che manchi di tutti i requisiti, ovvero del non atto. Sicché, anche «l’ipotesi della mancanza materiale dell’atto non pare essere qualcosa di diverso da ciò che la legge espressamente qualifica in termini di nullità» .  

Inoltre, si ha nullità per espressa previsione di legge non solo quando manca un requisito di forma dell’atto, ma anche quando manca totalmente un atto avente una sua autonomia, anche funzionale, sia pure se di regola ricompreso in un più ampio atto che ne ricomprende una pluralità al suo interno .

Pertanto, nell’ottica della soluzione adottata dalla Cassazione nella sentenza n. 20604/2008, ovvero quella di considerare l’editio actionis e la vocatio in ius come una fattispecie complessa, l’ipotesi di mancanza materiale della notificazione, avente una sua autonomia funzionale all’interno di un atto più complesso, non pare essere qualcosa di diverso da ciò che la legge espressamente qualifica in termini di nullità.

D’altro canto, e si tratta del profilo più importante, anche in caso di omissione materiale dell’atto richiesto dal modello legale, la ragione giustificativa non può non essere ricondotta alle “tradizionali” cause di invalidità delle nullità: a) omesso esercizio del potere (perché non sussistono i requisiti di esistenza del potere stesso o perché quest’ultimo non è individuabile con certezza); b) illegittimo esercizio del potere esercitato.

Dunque, considerato che l’omissione della notifica del ricorso-decreto attiene all’illegittimo esercizio del potere, e non  incide sull’esistenza o sulla inviduabilità del potere esercitato, deve trovare conferma il principio secondo cui, quando il potere esercitato esiste ed è individuabile, si deve sempre trovare un rimedio all’interno del processo che conservi gli effetti del potere esercitato.

In conclusione, se la mancanza materiale della notificazione del ricorso-decreto nel giudizio d’appello nel rito del lavoro, attinente all’illegittimo esercizio del potere esercitato, è ricompresa nell’area delle nullità, ciò significa, per l’effetto, necessaria applicazione delle cause di sanatoria con effetto ex tunc. Sicché, in caso di omessa notifica del ricorso-decreto, nell’ipotesi di costituzione dell’appellato, sarà possibile applicare il principio di sanatoria ex art. 156, 3° comma, c.p.c., mentre, ove il convenuto non si costituisca, per la necessità di conservare gli effetti del potere esercitato, occorre procedere alla fissazione di un nuovo termine per la notifica del ricorso entro un termine perentorio ex art. 291 c.p.c.

Avv. Maria Nunzia Camboni

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